SARDEGNA
L'ISOLA FELICE

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Foto di Domenico Cugusi

Magie del Sinis

Una notte stellata, senza vento, una notte accesa dai raggi di luna piena che illuminano l'intorno di magia, venne dal mare, silenziosa, su un onda di schiuma purissima, una fanciulla vestita di sole e di spighe dorate, di papaveri rossi e di viole.
Una di quelle notti estive oristanesi che ogni attimo tramuta in sogno, in un sogno che si allunga sino all'alba ed ogni notte si ripresenta sulle onde profumate di lentischio, del Sinis.
Sul mare addormentato la luna si riposa, spande i suoi colori e avvolge d'incanto i pensieri che diventano giochi d'amore: le stelle si lanciano in vorticosi tuffi di felicità coprendo il cielo di bagliori accecanti di vita.
Dalla riva vengono i profumi della terra bagnata di salsedine e dal mare l'odore delle donne sudate che si diffonde nell'intorno per attrarre gli uomini in vorticosi tuffi d'amore.
Il silenzio copre ogni gesto ed ogni sussulto svanisce nei meandri intricati della mente che cerca risposte da ogni perché, nell'attesa perenne di un evento che possa trasformare l'essenza stessa del vivere quotidiano il tempo che sarà, perdendo l'attimo del presente, che svanisce nell'attesa di improbabili gesta che la storia non contemplerà.
Il futuro, in questa nuvola di mare e di stagni, deve ancora prendere coscienza d'esistere e il presente diventa subito passato, un passato che riporta ai fenici quando arrivavano con le loro navi carichi di mercanzie, agli arroganti e potenti padroni di Roma, al tempio, ai sacrifici, agli dei.
Ai Nuraghi maestosi, ai guerrieri perennemente in armi, alle scorribande in cerca di prede e di vittorie, di donne e di sangue divino per consacrarsi eroi.
Sui pozzi sacri innalzare le vergini e sacrificarle al Dio che concede la gloria e l'immortalità.
E su quel mare di un isola improbabile nella rotta degli eroi, di un impossibile gloria da tramandare ad un Omero che canti le sue gesta, in quell'approdo che fu dei suoi avi, una dea dai capelli colore della notte tempestosa, penetrò nella magia, completamente immersa, rivisse la storia che non vide, visse la vita che non le fu possibile sapere, e tramandare al mondo il sogno realizzato.
In un lembo di terra sfilacciata, coperta di segreti, battuta dai venti e sfiorata dalla lieve carezza delle onde, dove sono approdati ad illudersi di eternità tutti i popoli che rincorrevano la Storia, una invisibile presenza silenziosa pensò che poteva esistere la felicità.
La Dea di un mare che riposa le sue onde in un golfo materno dove si specchiano imponenti colonne bianche, penetra la storia, per percorrere le vie di pietre antiche intrise di sangue fraterno, deserte e spettrali come le ombre delle vele strappate che affiorano dal mare, di quelle navi imponenti e possenti che solcano il mare alla conquista del mondo.
E che non sono più tornate a gioire delle vittorie conquistate.
Ora è sola a ricucire i giorni del passato con pochi attimi del presente immerso comunque in quel silenzio dei secoli che le penetra il cuore.
Sente in lontananza echi di battaglie, urla strazianti di sconfitte, grida gioiose di vittorie, sulla nave che il vento riporta dal passato.
E quelle vele bianche nella notte del tempo illuminano lo spazio intercorso tra i suoi avi e il suo futuro, disegnando figure immaginarie nel cielo argentato di maggio.
E seppure appena accennato il manto rosso del cielo che all'imbrunire ha accompagnato a morire il solo infuocato, appare un cavaliere inghirlandato a festa che cavalca il suo destriero arabo sardo nelle sue scorribande notturne alla ricerca di una stella ancora da infilzare.
Gli ultimi fuochi della giostra carnevalesca ancora risuonano nell'aria coperta da squilli di trombe e rullii di tamburi, e le stelle centrate con la spada ancora insanguinata sono state sotterrate nella terra arsa dal sole senza neppure più il sangue dei nemici a dissetarla, perché sia di favorevole auspicio al raccolto che verrà.
La terra è assetata e non bastano tutti i nemici uccisi a placare la sete dell'eternità, neppure il sudore degli uomini che scavano pozzi, nemmeno il pianto delle madri, il sole prosciuga ogni tentativo.
E sulle infinite distese di spighe gialle, che vanno ad abbeverarsi negli stagni o sulle rive dell'acqua salmastra, si avventa il nemico che soffia la sua ira, spazzando via, con impeto bestiale, ogni traccia del lavoro dell'uomo.
Ed allora il cavaliere errante della notte, che cerca di colpire tutte le stelle del cielo, pesanti sulla sua testa come macigni, urla il suo canto di sconfitta alla vita, il suo canto di morte e di perdono insieme per non essere riuscito a far compiere al destino il percorso già segnato.
Nessuna stella che cada, neppure una stella morente che si impietosisca e vada a morire dove lui ha pronta la spada per infilzarla.

Da un Romanzo di Domenico Cugusi (Riproduzione Vietata)

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Foto di Domenico Cugusi


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